storia della magia 16

STORIA DELLA MAGIA 

 

DEL PROF. MAURO GHIRIMOLDI

 

 

PARTE SEDICESIMA

 

LA MAGIA NEL MEDIOEVO

 

LA NEGROMANZIA
Per “negromanzia” (dal greco nekros, morto, e manteia, divinazione) si intendeva in origine, come visto, l’arte di
comprendere il futuro attraverso l’evocazione dei morti; nel Medioevo però, dato che si pensava che le anime
appartenessero solo a Dio, e che dunque gli spiriti evocati dai maghi non potessero essere altro che demoni, il termine
andò a indicare la magia ritualistica di tipo evocatorio. Il mago dell’immaginario popolare trae dunque origine dalla
figura dei negromanti medievali: essi, per la maggior parte uomini di Chiesa (che sapevano leggere e avevano più
tempo libero rispetto a una persona comune), imparavano dai libri numerose forme di magia e, secondo gli inquisitori,
promettevano obbedienza ai demoni e si consacravano a loro; nell’esercizio dell’arte magica praticavano ogni genere di
ascetismo: digiunavano, si lavavano, si rasavo, si mantenevano casti e si vestivano di nero o di bianco (secondo alcuni
per attirare i demoni, secondo altri per proteggersi). Alcuni libri di negromanzia sono giunti fino a noi, come il Manuale
di Monaco tedesco, il Libro di Oberon inglese, il Liber Juratus francese, la Chiave di Salomone italiano e il Libro del
Comando dello pseudo-Agrippa; parimenti, sebbene la maggior parte dei negromanti fossero anonimi, alcuni divennero
celebri soprattutto nel Rinascimento, come John Dee (1527-1608) e il già citato Cornelio Agrippa (1486-1535).
In generale, gli scopi di questa magia rituale rientrano in tre categorie principali: influire sul corpo e sulla volontà altrui,
creare illusioni, e discernere le cose segrete, passate, presenti e future. Le tecniche negromantiche possono essere molto
complesse, ma si basano su pochi elementi principali: cerchi magici, scongiuri e sacrifici. Il cerchio si può tracciare a
terra con un pugnale o una spada, o disegnare su una pergamena o un panno; a volte è semplice, poco più di una forma
geometrica, altre molto complicato, con all’interno scritte e simboli di vario genere, siti per gli oggetti magici (spade,
scettri, coppe, amuleti e altro) e un posto per il negromante stesso; persino i vari materiali vengono a volte specificati
(ad esempio sangue di gatto, upupa o pipistrello per le scritte, pergamena vergine o pelle di leone per il piano su cui
tracciare,…), e questo perché uno stesso cerchio può avere effetti diversi in base al materiale utilizzato nel crearlo. Lo
scongiuro è la principale componente orale dell’atto magico: esso si impernia su un verbo di comando, come “io vi
ordino” o “io vi impongo” di apparire e obbedire; in genere esso riprende parti dei salmi o delle preghiere cristiane, e su
alcuni libri è detto di inginocchiarsi a mani giunte e col volto al cielo, e di ripeterlo un dato numero di volte. Importante
era anche il sacrificio: in genere si trattava di animali, ed era credenza diffusa che i demoni fossero attirati dal sangue,
specialmente da quello umano, tanto che i negromanti sacrificavano anche parti di cadaveri o di sé stessi.

 

SEGUE PARTE 17

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