storia della magia 19

STORIA DELLA MAGIA

 

Del Prof. MAURO GHIRIMOLDI

 

 

PARTE DICIANNOVESIMA

 

LA CABALA, SECONDA PARTE

 

 

Altri elementi si aggiunsero poi alla speculazione cabalistica: testi come il Sefer Yeshira aggiunsero la concezione di forze mistiche non menzionate nellaBibbia, e altri come gli Hekalot svilupparono l’angelologia e il concetto di ascesa dell’anima, mentre dal neoplatonismosi integrarono il lessico e concezioni come quella di emanazione. Nel Rinascimento anche i Cristiani iniziarono a praticare la cabala, cercando nei suoi metodi conferme alla loro fede: fondatori di questa branca furono Pico della Mirandola, ma soprattutto Johannes Reuchlin (1455-1522), col suo De Arte Cabalistica del 1517.
Le dieci sefirot, il cui simbolo (l’albero sefirotico) è diventato l’emblema della cabala, ne sono anche il centro del
pensiero: ogni sefirah è un grado in cui Dio agisce sul creato (spesso accostato al modo in cui si irradia la luce), ed esse
sono unite da Dio, ma separate dalla comprensione limitata dell’uomo. Vengono suddivise in vari modi, da scuola a
scuola, ma il loro significato è univoco: esse sono, partendo dal basso, malkut (regno), yesod (fondamento), hod
(splendore), netzach (eternità), tif‟eret (bellezza), gevurah (severità), chased (gentilezza), binah (comprensione),
chokhmah (saggezza) e keter (corona). Il processo di emanazione viene distinto in fasi successive, per denotare la
distanza che separa il mondo supero da quello materiale; esisterebbero così quattro mondi (che rappresentano anche la
progressione dell’esperienza umana): ashilut (l’emanazione), beri‟ah (la creazione), yeshira (la formazione) e „ashiyya
(la realizzazione), e questi diversi nomi indicano la trasformazione del tipo di influsso con cui le sefirot governano il
cosmo (immateriale in ashilut, il più vicino al Creatore, e via via con mezzi sempre più concreti negli altri).
La convinzione che la lingua ebraica sia la chiave interpretativa della realtà non influenzò solo la filosofia e la
meditazione, ma anche la magia vera e propria (la cosiddetta “cabala pratica”), volta a ottenere, tramite azioni e
formule, guarigioni, beni materiali o protezione dai pericoli (e creando non pochi problemi teologici, in quanto questi
riti riuscirebbero in qualche modo a influenzare Dio stesso). Secondo la tradizione, i riti utilizzano in gran parte i nomi
divini, in quanto depositari, nella loro stessa materia verbale, di una forza soprannaturale; in realtà le raccolte di refu‟ot
(medicamenti) e segullot (incantesimi) cabalistici non mostrano aspetti particolarmente innovativi rispetto al patrimonio
magico dell’ebraismo antico (se non per cose specifiche come il famoso golem, un essere animato artificialmente dalla
potenza del tetragramma). Viceversa, l’applicazione della cabala all’alchimia ebbe molta più fortuna: le forze che
attraggono e respingono i metalli sarebbero l’immagine di una struttura ultramondana, nella quale le energie divine sono
sottoposte a un’incessante mutazione che le compone e le separa in base al principio etico di bene e male; dunque le
scorie dei metalli rappresentano la parte malvagia, e occorre purificarle per ottenere la purezza dell’oro.

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