storia della magia 20

 

 

STORIA DELLA MAGIA

 

Del Prof. MAURO GHIRIMOLDI

 

 

 

LA MAGIA ISLAMICA

Nel mondo islamico la magia non è necessariamente malvagia, in quanto esiste quella insegnata dai demoni e quella
donata da Dio agli uomini: in questo secondo caso si tratta in genere di formule di protezione tratte dal Corano
(soprattutto le sure 20, 21 e 91), scritte su pergamena e chiuse in astucci a base esagonale da portare addosso (ma sono
comuni anche quelli a forma di animale o di mano). Durante il Medioevo si svilupparono due diverse scuole di magia:
quella dei Paesi mediterranei, influenzata dalle antiche concezioni babilonesi, egizie e greche, e quella del Medio
Oriente, più influenzata da concezioni indiane, cinesi e sciamaniche. A conti fatti, nel mondo arabo si ripeté la stessa
dicotomia europea: da un lato una magia rituale simile alla negromanzia cristiana, ma ovviamente in versione islamica
(il manuale più famoso su di essa è il Picatrix, giunto poi in Europa in traduzione latina), e dall’altra una mistica
estatica di stampo sciamanico, quella del sufismo (che venne però in genere vista meglio rispetto alla stregoneria).
Buona parte della magia islamica si basa su numeri, lettere e nomi: per i numeri, valgono bene o male le stesse
concezioni della cabala ebraica, probabilmente perché influenzata dalla stessa; le lettere vennero invece divise in
quattro categorie, corrispondenti agli elementi, e dunque parole scritte con lettere associate al fuoco possono servire per
proteggere dalle malattie o per dare vigore in battaglia; conoscere i nomi può parimenti servire a piegare le potenze
invisibili al proprio volere (spesso si trattava di jinn, altre volte di angeli). Nella pratica, tutto questo era usato spesso
per la creazione di amuleti basati sulla forma quadrata (o su forme derivate dal quadrato, come il rombo, la croce,…),
detti jadwai, i quali sono ritenuti legittimi poiché la loro creazione è basata sul precetto coranico per il quale “noi vi
inviamo nel Corano ciò che è guarigione e misericordia per i credenti” (sura 17), che di fatto rendeva la scrittura
magica (kitaba) un dono di Dio ai Musulmani.
Per quanto riguarda la divinazione, il metodo più celebre sono i due tipi di qur‟a. Il primo e più semplice, il qur‟at al
tuiur, consta di una pagina con due cerchi divisi in settori, ciascuno contenente lettere, numeri e il nome di un pianeta o
di una costellazione; segue un’altra pagina con quattro cerchi, divisi allo stesso modo, e poi ancora pagine divise in
varie case, sino all’ultima, in cui 36 case danno la risposta finale: si trova a caso un numero (con morra, dadi,
bastoncini,…), e si capita così su una lettera o costellazione della prima pagina, che rimanda a sua volta alla seconda, e
poi alla terza fino alla conclusione e alla risposta finale. Il secondo e più complesso, il qur‟at al anbia, prevede la tripla
recitazione della fatiha (la prima sura del Corano), poi a occhi chiusi si pone il dito sulla scacchiera della prima pagina,
che rimanda alle successive, e poi a uno dei sette cieli dei profeti dell’islam (Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Davide,
Gesù e Maometto), ognuno con un suo significato, per arrivare poi alle case finali, contenenti un brano del Corano che
rappresenta la risposta alla domanda fatta.
Occorre infine notare che, per quanto riguarda le invocazioni e le costrizioni demoniache, esse si rivolgono come detto
ai jinn (tradotto in italiano con “geni”): essi non sono demoni (ovvero gli angeli caduti che seguirono Iblis nella sua
ribellione), ma una terza razza di creature (assieme appunto ad angeli e uomini) che Dio creò all’inizio dei tempi; dotati
di grandi facoltà soprannaturali, sono per lo più avversi agli esseri umani, sebbene alcuni di loro si siano convertiti
all’islam e possano essere invocati per aiuto e protezione. La tradizione islamica vede re Salomone come il più grande
mago in grado di comandare i jinn, e nel Medioevo questo immaginario si diffuse anche in Europa.

 

 

 

 

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